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Scienze Sociali


Università degli Studi di Napoli Federico II
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    La biblioteca occupa parte del secondo piano dell'edificio che ospita il Dipartimento di Scienze Sociali, con accesso da via S. Biagio dei Librai, tratto significativo della storica "Spaccanapoli", prospettante il palazzo del Monte di Pietà costruito alla fine del Cinquecento.
    La storia dell'edificio (che dal nome dei proprietari settecenteschi chiameremo De Laurentiis-Capano) è strettamente connessa con la vita dell'attiguo Monte di Pietà, in quanto per oltre due secoli ha fatto parte integrante di questa struttura di beneficenza; per tale motivo, è opportuno fare un breve cenno sulla costituzione e progressivo sviluppo del Monte di Pietà, poi dal 1809 Banco delle Due Sicilie e, dopo il 1860, Banco di Napoli.
    Per la costituzione del Monte si deve risalire al 1539, quando Carlo V mise fuori del Regno gli ebrei che praticavano l'usura e conseguentemente sorse la necessità di aiutare il popolino che con frequenza ricorreva al prestito su "pegni" per risolvere problemi  di sopravvivenza. Per soddisfare queste esigenze e per venire incontro ai poveri, Leonardo de Palma e Aurelio Paparo nello stesso anno fondarono il Monte di Pietà che ebbe la sua prima sede nella stessa casa del de Palma, nei pressi del quartiere della Giudecca; successivamente i fondatori ravvisarono la necessità di disporre di spazi più ampi, per cui passarono, nel 1544, in alcuni locali del cortile della Santa Casa dell'Annunziata e in questa sede il Monte operò fino al 1592, quando prese in locazione il palazzo dei duchi d'Andria in piazza S. Marcellino.
    Ma nel 1597, per il notevole aumento dei pegni, i governatori del Monte decisero di acquistare il palazzo del defunto Girolamo Carafa signor di Sopino e figlio di Giovan Battista quarto duca di Montecalvo; infatti, i "protettori Cesare Miraballo, Alfonso Gaetano, Camillo Macedonio, Paolo Balzerano, Ferrante Imparato e Giovanni Tommaso Borrelli" comprarono da Delizia Gesualdo, madre e tutrice del minore Francesco Carafa, il palazzo di "D. Girolamo Carafa in contrada Nilo o San Biase dei Librari". L'attuale fabbrica del Monte di Pietà, terminata nel 1605, comportò la demolizione del preesistente edificio così come prevedeva il progetto redatto dall'architetto Giovan Battista Cavagna, scelte tra varie soluzioni presentate da altri tecnici; allo stesso si deve la costruzione, tra il 1598 e il 1599, della cappella in fondo al cortile con statue di Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino.
    Dalle mappe di Carlo Teti (1560) e Antonio Lafrery (1566) appare che il palazzo del duca di Montecalvo e le case prospicienti l'odierno vico Figurari risultano isolate dal blocco edilizio del convento dei SS. Severino e Sossio e ciò perché era ancora presente il collegamento tra il vico S. Severino e il citato vico Figurari.
    Invece, dalle vedute del Baratta (1629) e dello Stopendael (1653) la situazione appare meno chiara, in quanto la rappresentazione del monastero dei SS. Severino e Sossio dà poco spazio alle case retrostanti.
    La situazione della zona risulta per la prima volta con sufficiente chiarezza dalla pianta redatta dal duca di Noja intorno al 1750 e pubblicata nel 1775, dove nel blocco edilizio,  compreso tra il monastero dei SS. Severino e Sossio (oggi Archivio di Stato) e la via S. Biagio dei Librai, si nota la presenza di tre cortili con androni di ingresso verso il vico del Monte di Pietà; ciò fa presumere l'originaria esistenza di tre distinti fabbricati, dei quali uno di maggiore importanza con cortile più ampio e atrio porticato evidenziato da due pilastri come nell'attiguo palazzo del Monte di Pietà. Per la verità, oltre ai suddetti tre edifici, esisteva anche un quarto fabbricato senza cortile con androne su via S. Biagio dei Librai, rilevabile dall'esame di dettaglio delle successive rappresentazioni planimetriche e dalle notizie storiche rinvenute. I citati tre corpi di fabbrica con ingresso dal vico del Monte di Pietà, compresi tra il monastero dei SS. Severino e Sossio e il quarto edificio su via S. Biagio dei Librai, costituiscono oggi la sede della Facoltà e del Dipartimento di Sociologia.
    Il fabbricato di maggiore importanza corrisponde alla "casa palaziata" di D. Francesco Maria de Laurentiis, acquistata dal Monte di Pietà con atto del notaio Lionardo Marinelli del 2 agosto 1728; la casa, apprezzata 7500 ducati dall'Ing. Gaetano Romano, era stata oggetto di importanti lavori con una spesa di oltre 2500 ducati. Queste notizie sono tratte dalla documentazione esistente presso l'Archivio Storico del Banco di Napoli ed in particolare dai "Giornali copiapolizze" e dal "Libro maggiore delle terze", dove è stato rinvenuto il conto del suddetto Francesco Maria de Laurentiis, nel quale viene anche descritto l'edificio "consistente in tre appartamenti superiori con cortile, stalla, camere e rimesse con due botteghe e camere sopra, con cantina, seu magazeno di vender vino a barile" e si viene a conoscenza dei pagamenti residui da effettuare ai "mastri fabricatori" Vincenzo Ranaudo e Onofrio Salzano per "materiali e fatiche in detta fabbrica da essi fatta nella suddetta casa palaziata"; al falegname Antonio di Blasio per "porte, finestre, balconi e portone"; al mercante Nicola Orabona per fornitura di travi di legno e "chiancarelle"; al piperniero Antonio Saggese per i "tavoloni di piperno"; e all'ingegnere Casimiro Vetromile per "misura ed apprezzo delle riparazioni, accomodazioni e spese tutte fatte in detta casa e per assistenza" ai lavori. Non ci è dato sapere se il Vetromile è anche l'autore del disegno architettonico o si sia limitato alla sola assistenza; comunque, è da ritenersi che con tali lavori il fabbricato assunse l'attuale aspetto architettonico che è rimasto pressoché inalterato fino ai giorni nostri.
    Durante il primo periodo dopo l'acquisto, il Monte adibì il palazzo "de Laurentiis" prevalentemente ad abitazione; infatti, alla fine del 1732, il Monte decise di sistemarvi il nuovo guardaroba da collegare con l'edificio cinquecentesco per mezzo di un "ponte a levatora" e di licenziare gli abitanti che occupavano la casa. Ma l'iniziativa non si concretizzò, in quanto fino al 1758 sono registrate notizie relative all'affitto dei tre appartamenti a varie persone tra le quali lo stesso segretario del Monte ed il reggente della Gran Corte della Vicaria D. Marcello Carafa.
    Nel 1757 l'amministrazione del Monte ritornò sull'argomento ed assunse una nuova decisione di allontanare tutti "i piggionanti che abitano così dentro il Palazzo ove sta l'Archivio, come dentro l'altro Palazzo contiguo" per sistemare le officine dei pegni. E questa volta, come ci conferma il Sigismondo, l'edificio fu ridotto a spaziose officine collegate con il Monte attraverso un passaggio costituito da un "ponte coperto", passaggio ancora oggi esistente nel vico del Monte di Pietà; dopo la esecuzione di vari lavori nei locali del palazzo de Laurentiis "fu trasportato l'Archivio del Banco, le casse de' dispegni, ed altro".
    E' interessante  notare come nel 1730, per salvaguardare "l'aspetto e ventilazione della casa", il Monte acquistò dall'Abate D. Tomaso Minerba, proprietario dell'abitazione prospiciente la facciata sull'attuale vico Figurari, l'area sopra il secondo appartamento per impedirne la sopraelevazione. Per rendere di pubblico dominio l'avvenuto acquisto il Monte fece fare due lapidi da apporre "nel cortile del nostro Monte" e l'altra nella facciata della suddetta casa; una di queste lapidi ancora oggi esiste sul fronte del palazzo  de Laurentiis su vico Figurari con la seguente iscrizione: "Aria che è sop. il secondo appartamento - delle case dell'abate sig. d. Tomaso - Minerba è stata venduta senza patto - di ricomprare al S. Monte di Pietà - per duc. 400 e che ne esso ne i suoi - eredi successori in infinitum vi - possano fare altre fabbriche con altre clausole e patti come dall - istro. stipulando per mano del mag. - N. Lionardo Marinelli di Napoli - a 30 di aprile 1731 - A .M.D. et deip. gloriam".
    L'altro edificio, compreso tra il palazzo de Laurentiis e il monastero dei SS. Severino e Sossio, apparteneva al patrizio napoletano D. Alfonso Capano che l'aveva acquistato dal duca di S. Donato Sanseverino; in una perizia del tavolario Luca Vecchione del 20 marzo 1739, redatta per una vertenza con il contiguo monastero, sono riportati i confini e la pianta del fabbricato. In questa perizia si rileva che la casa Capano "...risiede ella dentro questa città e propriamente in fine del vicolo, ò via pubblica à man sinistra andando, che lateralmente dalla casa e Monte di Pietà, conduce alla porta carrese del ven. mon. di S. Severino confinando da Settentrione con altra casa Palaziata dello stesso Sacro Monte della Pietà; da Ostro col detto monastero di S. Severino; da Levante con altra via pubblica, che dalla strada maestra di S. Biase de' Librari parimenti diramandosi, cala alla taverna di S. Severino e da Ponente col nominato vicolo, o via pubblica, che conduce alla porta carrese di detto monastero di S. Severino".
    La "casa palaziata" di Alfonso Capano, dopo una trattativa durata sette anni, pervenne nel patrimonio del Banco delle Due Sicilie, che aveva nel 1809 incorporato il Monte di Pietà, con atto del notaio Servillo in data 25 agosto 1824; infatti, intorno al 1817 il Banco, per ampliare l'Officina della pegnorazione di oggetti preziosi, deliberò di acquistare la suddetta casa appartenente al Duca di Spezzano Muscettola, al Duca di S. Nicola e al Marchese di Tagliavia, tutti eredi del defunto Alfonso Capano. Nel 1822, quando l'acquisto non era stato ancora concluso, la Municipalità della Sezione Pendino diede corso ai lavori per demolire i ruderi della casa Capano per migliorare l'accesso al teatro realizzato nei locali dell'abolito monastero di S. Severino.
    Una volta acquisita la proprietà, il Banco delle Due Sicilie costruì al posto del diruto edificio prima il piano terra nel 1829, poi sei stanzoni al primo piano nel 1838 ed infine altro otto ambienti, sempre al primo piano, tra il 1839 e il 1840; il progettista di questi primi due piani fu l'architetto Carlo Praus, mentre autore del secondo piano realizzato nel 1855 fu l'arch. D. Cesare Cardona. Il Consiglio Edilizio, in occasione della costruzione del secondo piano, si preoccupò di acquisire "un piccolo disegno" che avesse "un pezzo dell'antico edificio per vedere se il nuovo" fosse "in relazione artistica col vecchio"; ciò fa presumere che nella realizzazione furono eseguite cornici e finestre simili a quelle esistenti nell'attiguo edificio risalente ad oltre un secolo prima, così come oggi si vede. Dal bando di gara pubblicato il 23 marzo 1854 emerge che in questo periodo il palazzo de Laurentiis era adibito a "Cassa de' privati", mentre il primo piano della casa Capano costituiva il "guardaroba della pignorazione de' metalli rozzi". Dopo la costruzione del secondo piano il complesso dei due edifici, oggi acquisito dall'Università degli Studi di Napoli, raggiunse l'attuale configurazione e, salvo un intervento di complessivo restauro per la sistemazione di uffici eseguito tra il 1973 e il 1976, la struttura non ha subìto sostanziali trasformazioni.
    Pertanto, oggi il fabbricato presenta ancora la sua veste settecentesca come si rileva dagli elementi architettonici presenti sulle facciate quali modanature e cornici in pietra vesuviana con particolare riferimento ai vani del piano terra posti nel cortile; analoghe modanature e cornici in legno si notano sulla faccia interna delle finestre del primo piano. Altri elementi rappresentativi e meritevoli di conservazione sono le tre scale con consistenti presenze di parti in pietra vesuviana; la scala di sinistra, per ciascun piano, è preceduta da un atrio composto da sei scomparti con copertura costituita da volte a vela poggianti su pilastri aventi la parte basamentale in blocchi squadrati di pietra vesuviana. Analoghe caratteristiche hanno le due scale di destra, con la differenza che la seconda scala parte dal primo piano ed è del tipo aperta ed i vani di caposcala presenti su quest'ultima sono delimitati da stipiti in pietra vesuviana.
    Il palazzo de Laurentiis è costituito da quattro piani fuori terra, mentre la casa Capano ha solamente tre livelli; un ulteriore piano è presente sul vico Figurari per  la differenza di quota tra il cortile interno e la strada esterna. La parte basamentale del fronte su vico Figurari corrispondente all'ulteriore piano sopracitato ha caratteri più antichi rispetto alla parte superiore per la presenza di vani delimitati da stipiti in pietra senza cornici ed arco soprastante a sesto ribassato; inoltre la tessitura muraria, costituita tutta da blocchi in pietra vesuviana, il alcuni punti lascia trasparire la presenza di vani preesistenti parzialmente modificati in epoca non accertabile.
    L'unica alterazione riscontrabile sulle facciate è la presenza di un passetto pensile a livello del secondo piano nel cortile interno che ha comportato anche la modifica delle finestre in balconi. Lo schema tipologico del fabbricato risulta essere abbastanza regolare con ambienti di forma pressoché quadrata con copertura a volta; si legge con chiarezza anche la zona ricostruita nell'Ottocento corrispondente alla casa Capano.
    La presenza di tutti gli elementi sopra riportati e le caratteristiche del fabbricato consentono di affermare che l'edificio è da ritenersi di particolare interesse storico ed architettonico.

    tratto da: Pinto Aldo, La nuova sede di Sociologia, in "Notiziario : bollettino ufficiale dell'Università degli Studi di Napoli Federico II", a. I, n. 2 (aprile 1995), p. 27 e ss



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    ultimo aggiornamento 01/02/2017